La caccia incontra la Storia

25 gennaio 2016

di Gigi Foti – Gli mancano soltanto due anni a compierne 100 ma non ha voluto mancare al tradizionale appuntamento di fine stagione venatoria con gli amici.

Lui è Francesco Dirti, cavaliere per mestiere (antico!) e per meriti di guerra (Mondiale), che ci racconta ancora lucidissimo la sua passione per i cavalli e i cani: “Mi piacciono i cani da caccia per il loro carattere dolce e per il loro impegno nel lavoro che rasenta il sacrificio. Si danno al padrone con tutto” ci dice accanto al fuoco mentre con gli amici ammira le differenze fra un maschio di tenebroso e un mongolia.

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Nella foto sotto Francesco Dirti nella casa di caccia della riserva Isella.

 

Già, di quei fagiani difficili di fine gennaio, quasi impossibili da mettere in volo e, quando lo fanno, spesso hanno già beffato cani e cacciatori. Siamo sull’Adda, a poca distanza da Lodi, nella casa di caccia della riserva Isella, condotta da Giuseppe Gendarini. Chi racconta i suoi ricordi è uno dei sei superstiti di un episodio leggendario come quello dell’ultima carica di cavalleria della storia.

Carica del Savoia Cavalleria

La carica con la quale il reggimento Savoia Cavalleria contribuì a frenare l’attacco delle truppe sovietiche nella steppa russa, a Isbuscenskj, miserabile villaggio non distante dalle rive del Don. Era il 24 agosto del 1942. Un episodio di straordinario coraggio di 700 cavalieri contro oltre 2500 soldati sovietici, in maggioranza siberiani, dotati anche di mezzi da fuoco soverchianti, che destò ammirazione anche fra gli stessi nemici.

E negli altezzosi alleati tedeschi, un ufficiale dei quali commentò:”Noi tali cose non le sappiamo più fare…”. Quelle cose di incredibile audacia che ci racconta con voce sommessa, Francesco Dirti, classe 1918, medaglia d’argento al valor militare, medaglia al valor militare sul campo, il quale, in quella epica giornata riuscì a prendere da solo un nido di mitragliatrici. Un racconto che si è dipanato, come è ovvio, davanti a un bicchiere di vino.

“Mi piace la caccia, e tutto ciò che le sta attorno – ci dice il cavalier Dirti – e mi piacciono i cacciatori perché sanno davvero vivere serenamente”. E il nostro cavaliere sa bene cosa significhi vivere a contatto con la natura: da giovanissimo faceva il manzolaio, insomma accudiva le manzette, l’ultimo gradino di chi allora lavorava col bestiame. “… e non sapevo neppure parlare l’italiano, mi esprimevo soltanto in dialetto lodigiano”.

Dopo passò a occuparsi dei cavalli per finire sotto le armi come cavallante. “… e come tale andai sotto le armi.” racconta e quasi subito dopo ecco la guerra nella quale venne scaraventato con i gradi di caporale nel Savoia Cavalleria.

Prima la Jugoslavia poi ecco la Russia.”In treno fino all’ultima stazione ungherese poi una marcia a cavallo per quasi milleduecento chilometri, durata trentacinque giorni. Tappe di trenta – quaranta chilometri al giorno per arrivare al fronte. Bravi, forti, generosi i nostri cavalli maremmani che ci hanno portato per le strade moldave, della Bessarabia e dell’Ucraina fino al fronte sul Don”.

Fino all’appuntamento con Storia, quella scritta con il coraggio. “Abbiamo attaccato all’alba, dal basso verso l’alto, i nidi di mitragliatrici, prima con il secondo squadrone – ricorda – poi con il terzo.”

L’obiettivo era la fatidica quota 213,5 metri. La sorpresa fu grande per i 2500 siberiani, tre battaglioni, che durante la notte avevano quasi circondato gli italiani, in attesa di far scattare la trappola sui nostri soldati disposti in quadrato.

La Storia racconta della pattuglia italiana che, poco prima dell’alba, si era scontrata con un avamposto russo. Poi il diluvio di fuoco sul quadrato del reggimento Savoia e la decisione di caricare, tricolore al vento, le postazioni sovietiche.

Ho avuto paura? No, e perché me lo sono chiesto tante volte. Ho fatto due cariche, mi hanno ammazzato il cavallo e sono caduto sotto l’animale, restando con la gamba bloccata. E sono caduto con grande confusione proprio davanti a un nido di mitragliatrice servita da due soldati russi che si sono bloccati lì per lì. Gli ho urlato in russo da dentro la maschera antigas che indossavo di stare fermi e loro così sono rimasti per la paura. Certo, se fossero stati cosacchi sarebbe stata tutta un’altra musica. Poi mi hanno chiesto se avevo delle Milit da fumare…”.

Al canto del fuoco vorresti sentire ancora tanto di quei momenti di Storia ma fuori è già buio e fagiani e anitre si sono rimessi da tempo. È tempo di sciogliere la compagnia, la stagione di caccia è già nei ricordi.

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